Identificarsi col lavoro? Forse non è una gran cosa!

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Ogni tanto pure io mi becco qualche giornata di supplenza nella Scuola. E stavolta pure gli scrutini.

Ore 14: puntuale entro in classe e mi siedo nel primo posto libero che trovo. Scambio un sorriso di circostanza con la collega che mi sta a fianco e in pochi secondi ne intuisco l’identità e capisco che sarà l’oggetto del mio post.
Avrà un’età indefinibile tra i 30 e i 55 anni, e tutto in lei mi suona un po’ da ‘Moralmente ineccepibile‘, a cui si accompagna un evidente ‘vorrei ma è meglio di no’: il capello è corto color topo, ordinato ma con una malinconica avversione per la tinta; porta un maglione nero a trecce di lana con collo alto, leggermente più grande della sua taglia e sciarpa viola quaresima, che sarebbe pure carina se lei non se la fosse avvolta attorno al collo a mo’ di laccio emostatico. L’emisfero australe continua sulla falsariga del boreale: i jeans molto semplici scendono dritti e severi per adagiarsi (non troppo, per carità) su una scarpa nera castigata, un po’ da educanda.

Ho già qualche sospetto su chi potrebbe essere, ma attendo che qualcuno inizi a parlare degli alunni per averne la certezza.
Ecco infatti che dall’astuccetto by Madagascar la morigerata collega tira fuori un righello di legno con applicata una rosa in decoupage. Oddio, mi ricorda troppo l’età dei campiscuola. Dentro la mia testa non riesco più a sentire il coordinatore di classe perché parte il sottofondo ‘Ponsi ponsi po po po pon … Ti piace vincere facile, eh?’. Vorrei alzarmi e dire ‘Ti ho scoperto, ti ho scoperto, sei quella di religione’, ma preferisco sorridere tra me e me per aver azzeccato la risposta.
E poi penso a una cosa: nell’immagine, nel fisico, nei modi, negli atteggiamenti, nell’energia che trasmette sembra la sorella sputata della mia prof. di religione delle Medie e di quella delle Superiori, e di cento altre insegnanti di religione che ho conosciuto.
Perché queste somiglianze così evidenti? Coincidenze? Coerenza portata all’estremo?
Mmmmmh, non ci credo. A ben pensarci, non è la prima volta che mi trovo di fronte una persona che sembra quasi portar scritto in faccia il lavoro che fa.

Forse la questione richiede un approfondimento.

Penso che molte persone, nei confronti della propria attività, abbiano avuto (o abbiano) un approccio del genere: individuo il lavoro che potrei fare, ne definisco più o meno inconsciamente le caratteristiche, e lascio che siano solamente queste, d’ora in poi, a definirmi. E il resto? Semplicemente è meno rilevante: ‘Non importa ciò che mi piace, mi appassiona o mi caratterizza anche al di fuori del contesto lavorativo’.  E lentamente cominci a mettere da parte tutti quegli aspetti o dimensioni che fanno parte del tuo bagaglio, ma che il lavoro ‘non vuole’ (o così credi) che tu utilizzi. Così scompare dai tuoi occhi la luce di chi sa magari ballare, recitare, la passione per la natura, per la numismatica, per le ali secche delle zanzare della Patagonia (una chicca culturale non guasta mai…), perché questo non rientra nei ‘canoni tradizionali’. E magari un giorno qualcuno ti fa notare che, anche fuori dal tuo contesto lavorativo, la tua immagine rivela una persona severa ma buona, che vorrebbe osare ma castigata, garantista del buon senso e del ‘fare la cosa giusta’ a tutti i costi. Insomma, si vede proprio che fai l’insegnante di religione.

Mi piace pensare che ognuno di noi, più o meno consapevolmente, scelga quali siano gli aspetti di sé attorno ai quali costruire la propria esistenza da quel momento della vita in poi. C’è chi opta per una caratteristica, chi per un’altra, ma quel che accomuna tutti e che veramente conta è che ciascuno sceglie.
Qualcuno, come già detto, esalta soltanto alcuni aspetti del lavoro e tralascia tutto il resto. Qualcun altro solo alcune caratteristiche personali, rischiando di trasmettere un’immagine ridicola, quando non addirittura grottesca:

Infine, c’è chi decide per una strada più impegnativa ma sicuramente più creativa e soddisfacente: dare ad ogni sfaccettatura di sè il giusto spazio all’interno della quotidianità e vedere la propria identità come nucleo attorno a cui far girare tutto il resto con coerenza.
In quest’ottica, va da sè che forse non è il lavoro a dar luce alla tua persona, ma sei tu che puoi illuminare in modo diverso e originale ogni aspetto della tua esistenza, anche quello lavorativo.
Se vuoi, sei tu la chiave.

E voi, cari amici, che ne pensate?

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scritto da

Damiano Bordignon è personal branding/relationship coach e co-founder di Sestyle che, attraverso la formazione e la consulenza, ti accompagna a fare di te stesso la chiave del tuo successo.

  4 commenti

scritto da Brunella Giacobbe il 28 aprile 2011 Rispondi

Ciao Damiano,

i miei complimenti… sia per l’esposizione particolareggiata che per gli interessanti spunti che offri proprio lì, su un piatto d’argento.

Mi sono ritrovata molto in questa frase: ‘vedere la propria identità come nucleo attorno a cui far girare tutto il resto con coerenza.’

Alla quale associo (trasformandola) una frase che spesso mi viene in mente: ‘ Lavori come vivi, vivi come lavori’.

Identificarsi col lavoro? Identificarsi con nulla fa bene, sei così vicino e ‘appiccicato’ al tuo oggetto dell’identificazione da non vedere oltre.
Appassionarsi, coinvolgersi, dedicarsi al lavoro? Mi ‘piace’ di più e permette una maggiore ‘efficienza’.

Il nucleo siamo noi stessi: conoscerci, coltivarci, svilupparci …per poi emanare ovunque, in ogni ambiente, in ogni settore quello che siamo nel profondo.

scritto da Damiano Bordignon il 29 aprile 2011 Rispondi

Grazie mille per il tuo commento, mia cara Brunella.
Hai colto nel segno: se decidiamo che Il nucleo siamo noi stessi , tutta la nostra realtà ruoterà attorno a questo e saremo in grado di portare con equilibrio un po’ di quel nucleo in ogni ambito della nostra quotidianità.. Ma se il perno attorno a cui giriamo è rappresentato soltanto da alcune caratteristiche, e magari esterne a noi stessi, il risultato che otterremo sarà fornire un’immagine di noi limitata, quando non addirittura falsata.
A presto :D

scritto da AnnaB il 2 maggio 2013 Rispondi

Ciao,
mi son proprio divertita a leggere il tuo post! Penso che il problema dell’immagine che si ha di sé sta proprio nel fatto che questa immagine, molto spesso, la formiamo su pregiudizi, su ciò che crediamo che gli altri si aspettino da noi (per poi scoprire che non è così vero) e quindi andiamo a confermare quella visione, perdendo la capacità di sentire ciò che veramente abbiamo dentro.

scritto da Damiano Bordignon il 5 maggio 2013 Rispondi

Sono assolutamente d’accordo con quanto scrivi, cara Anna. Ecco perché è fondamentale (come tu suggerisci) partire sempre da se stessi e da ciò che si è, nelle diverse manifestazioni del proprio essere.
Quando invece il nostro punto di partenza è l’esterno, con la visione e le considerazioni (reali o presunte) da parte degli altri, prima o dopo la struttura “vacilla”.
Grazie per questo tuo commento e a presto :)

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