Identità Digitale VS Identità Virtuale: non un semplice gioco di parole

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Con l’esplosione del Web Sociale e la diffusione dell’utilizzo dei Social Network la presenza online è diventata parte integrante della nostra quotidianità. Un aggiornamento di stato dopo l’altro, un tweet dopo l’altro, creiamo, più o meno consapevolmente, una nostra identità nel Web, spesso definita identità virtuale, termine che io non amo proprio, preferendogli, come accennato nel mio post precedente, identità digitale.

Lo so che potrebbe sembrare un sofisma lessicale, una riflessione capziosa e priva di significato, ma non è affatto così, c’è una differenza sostanziale tra i due termini, una divergenza semantica che non va trascurata. Se c’è una cosa che ho imparato dalla semiotica, e da uno dei miei autori preferiti che è Barthes, è che le parole sono importanti perché i nostri pensieri sono fatti di parole. Sono le parole, la loro libera associazione, a generare le idee, ed è quindi fondamentale usare i termini corretti per attribuire il giusto significato alle cose.

Virtuale significa possibile, potenziale, immaginabile (o immaginato) ma che non ha manifestazione concreta, che non è reale. Il mio avatar su Second Life è virtuale, o il personaggio che mi creo per un videogame, magari uno dei tanti giochi di ruolo online, nei quali pur essendo presente una componente di identificazione (lo faccio simile a me o comunque rispondente ai miei gusti) è più forte il lato ludico e fantastico, la voglia di evasione, l’idealizzazione in un personaggio di fantasia.

La mia identità sui Social Network non è virtuale (o almeno non dovrebbe esserlo), non è “altro” da quello che sono nella vita di tutti i giorni, ma è semmai identità digitale e cioè il riflesso, il prolungamento, di quello che sono offline veicolato dagli strumenti digitali (o come direbbe l’amico A. Giovanni Vitale, dall’ambiente digitale). Potrà essere un’identità parziale, che non mi rappresenta nella mia interezza, ma questo accade, come ho avuto modo di discutere nell’interessante post di Galatea, in tutti gli ambiti della nostra vita: accade col collega di lavoro che frequentiamo solo in ufficio, col compagno di palestra che vediamo solo in quell’ambiente, con l’amico melomane che incontriamo solo a teatro. Sono tutti aspetti parziali della nostra identità che queste persone percepiscono, condizionati dal contesto, ma non per questo le considero identità virtuali rispetto alla sostanza di quello che sono.

Qualcuno potrebbe obiettare che nel web è facile crearsi intenzionalmente un’identità fasulla, un cosiddetto fake, mentire, dissimulare, millantare. Certo, ma questo non avviene forse anche offline? Penso, ad esempio, al film Color Me Kubrik che narra la storia vera di un inglese (Alan Conway) interpretato da John Malkovich che, fingendosi appunto Kubrik, passa da un albergo di lusso all’altro e da un party all’altro fino ad entrare sul set di Eyes Wide Shut. Sul web, così come è facile creare un fake, la liquidità dell’informazione, la possibilità di controlli incrociati, la conoscenza degli strumenti rendono possibile, altrettanto facilmente, lo smascheramento (o almeno il sospetto) di queste identità virtuali poco credibili.

Perché, secondo me, è così importante questa distinzione tra identità virtuale e identità digitale? Perché definire virtuale la propria presenza sui Social Netwok e, conseguentemente, le dinamiche che ne scaturiscono, deresponsabilizza l’utente dall’essere consapevole ed autentico in quello che dice, compie e condivide online: “tanto è solo virtuale!“. Ma nel Web Sociale non è così, anche se attraverso un “filtro” digitale mi relaziono con persone vere che potrebbero essere ferite, offese, risentirsi (o al contrario essere lusingate, gioire e provare empatia) per quello che faccio in rete: è quel prefisso “social” che me lo deve ricordare sempre.

In ottica di Personal Branding, poi, questa distinzione è fondamentale per rispettare quel principio di coerenza che è alla base del successo personale e professionale. Non posso considerare la mia presenza sui Social Network qualcosa di diverso da quello che sono, e che voglio comunicare, in tutti gli altri ambiti della mia vita, se lo scopo che mi sono prefisso è farmi riconoscere ed emergere grazie alle caratteristiche che mi rendono unico. Né posso millantare capacità che non ho o conoscenze che non possiedo se competenza ed affidabilità sono i pilastri della mia strategia di Personal Branding, perché, come abbiamo già visto, l’essere smentito online non solo è molto probabile ma decreterebbe il mio sicuro fallimento compromettendo irrimediabilmente la mia reputazione.

In un mondo in cui vita digitale e vita “analogica” si stanno intersecando e fondendo sempre di più, in cui costruiamo e gestiamo la nostra rete sociale tanto offline quanto online, è fondamentale considerare la nostra identità digitale parte integrante di quello che siamo e che gli altri percepiscono di noi, e questo passa anche attraverso l’uso dei termini corretti per definirla.

Siete d’accordo? Quanto virtuali vi sentite nel vostro approccio ai Social Network?

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scritto da

Enrico Bisetto è personal branding “creative” strategist e co-founder di Sestyle che, attraverso la consulenza e la formazione, ti accompagna a fare di stesso la chiave del tuo successo.

  4 commenti

scritto da Matteo Bianconi il 12 maggio 2011 Rispondi

Sfondi una porta aperta, Enrico.
Tempo fa ho scritto un articolo con diversi punti di vista, intervistando gente che ben conosci, credo: http://www.pragmatiko.it/2010/10/14/name-vs-nickname-viaggio-tra-l%E2%80%99essere-e-l%E2%80%99apparire-nell%E2%80%99era-di-facebook-e-google/
Concludevo così:
“Tante voci, tanti punti di vista, tante possibilità di essere noi stessi o di metterci una nuova maschera. Non credo ci sia una risposta chiara e definitiva. Nome o soprannome che sia, penso che “i nodi giungano sempre al pettine”: siamo sempre noi, variabili distinte che popolano questo piccolo grande Mondo, a scegliere chi e come essere, sfruttare le opportunità di uno strumento utile e valido quale Internet, essere social(i) senza dimenticare però chi realmente siamo. Che da noi stessi non si scappa mai”.

scritto da Enrico Bisetto il 12 maggio 2011 Rispondi

Ciao Matteo, grazie della segnalazione, il tuo articolo è davvero interessante e ricco con tutte quelle interviste… ma soprattutto mi è piaciuta la tua conclusione, l’importanza di essere coerenti con se stessi, di non dimenticare chi siamo… poco importa (in quel caso) se il nome che utilizziamo è quello di battesimo o un nick, se l’avatar è un’illustrazione arancione :P o una foto, l’importante sono i contenuti che condividiamo in questo mondo digitale che è sempre meno “virtuale”, e la consapevolezza e l’autenticità con cui lo facciamo!

scritto da Alberto il 17 settembre 2012 Rispondi

Recentemente ho letto un libro di Pierre Lévy (Il virtuale) che spiega cosa significhi il termine virtuale e perché spesso e volentieri lo usiamo non correttamente come contrario di reale.
In questo libro viene spiegato come possibile sia il contrario di reale, mentre virtuale sia da usare in opposizione ad attuale.
Come hai detto tu, virtuale significa potenziale, ossia ciò che esiste in potenza, privato dell’atto. In poche parole, esiste. Semplicemente non è materico. E’ il problema dal quale – attraverso l’attualizzazione – si ottiene qualcosa di concreto: il processo richiede una creazione. Levy fa l’esempio del seme: esiste il seme, ma non sa quale forma assumerà l’albero crescendo.
Invece, qualcosa di possibile è esattamente uguale a qualcosa di reale, semplicemente non esiste.
Che ne pensi?

scritto da Enrico Bisetto il 30 settembre 2012 Rispondi

Ciao Alberto,
scusa se rispondo solo ora ma, non so come mai, il tuo commento era finito tra lo spam.
Comunque, interessanti spunti di riflessione i tuoi, quello che a me premeva in questo post era appunto sottolineare che la nostra presenza online è reale anche se non matericamente concreta, e come tale va gestita con consapevolezza e attenzione.
Grazie di aver dato il tuo stimolante contributo alla discussione.
A presto.

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