Le parole che non ti ho detto …

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Considero maggio uno dei mesi più belli dell’anno. Trovo infatti assolutamente piacevole aprire la finestra alla mattina e sentire il profumo di alberi in fiore, o deliziarmi dei colori così vitali che la natura, generosa, mi offre durante i miei vari spostamenti in macchina.

Eh già, è arrivata la bella stagione. Temperatura gradevole, profumi intensi, tinte avvolgenti e… tute da ginnastica.
Si, avete capito bene. Decine, forse centinaia di persone in tuta invadono tutta la marca trevigiana diffondendo un discutibile stile nel vestire che mi lascia basito. E sono dappertutto. La indossano nel tempo libero, quando escono a far compere, per far due passi e, perché no, anche per andare a mangiare una pizza con gli amici. Qualcuno la usa anche per uscire con la propria ragazza. Capitò così all’amica Bene, che ad oggi, quando ricorda quell’episodio aggiunge: “Capisci anche perché sia durata così poco!”

Ma come si lega una tuta da ginnastica al titolo di questo post e soprattutto al Personal Branding?
Facciamo un passo per volta e partiamo con

L’identikit

Sono generalmente maschi, hanno un’età non inferiore ai 25 anni e manifestano un’attrazione irrefrenabile per questo capo d’abbigliamento, che generalmente scelgono in acetato(lo stile non è acqua eh?!?), nella maggior parte dei casi di color blu notte con bande laterali bianche (che non succeda di passare inosservati!)
Vivono la profonda convinzione che la tuta sia un evergreen, una sorta di passepartout per ogni occasione, talmente potente, incisivo e autonomo dal resto della mise da poter essere abbinato anche a dei mocassini (un po’ sportivo un po’ casual e non si sbaglia mai). E il calzino bianco a vista (non facciamoci mancar niente!).
Se la struttura fisica, poi, rivela una dispettosa pancetta, non fanno altro che tirare un po’ più in su i pantaloni, mettendo in bella mostra il feto che portano in grembo e costumandosi per una giornata di acqua alta a Venezia

In ogni momento si comunica

Sarà anche per questo che mi sono appassionato di Personal Branding, perché credo nel fatto che ciascuno di noi comunichi qualcosa della propria identità in ogni momento della propria esistenza, che sia ad una riunione di lavoro piuttosto che al bar con gli amici, o ancora immerso nei Social Media a conversare amabilmente; e non solo per ciò che dice o che fa, ma anche per lo stile che lo contraddistingue.

Il messaggio che passa

Anche l’abbigliamento, pertanto, è comunicazione. E indossare una tuta da ginnastica per uscire, significa dichiarare a chiare lettere:

1. “Lo so che la tuta è un indumento da portare in palestra, mentre si corre o per stare in casa, ma siccome io non sono molto attento e interessato a questo, faccio quello che voglio e me ne infischio”.

2. “Lo so bene che l’acetato fa i pallini e a forza di usarlo si deforma, e che magari non solo non valorizza la mia figura ma addirittura la peggiora, ma a me non importa se appaio trasandato”.

3. “Eh, la tuta mi fa sentire comodo. Si perché, siccome sono un Cavaliere della Tavola Rotonda e sto tutto il giorno in armatura, quando esco voglio essere libero di muovermi, e magari giocare a calcio in mezzo alla strada o rotolarmi per terra, se capita. Un po’ come i bambini, per capirci”.

4. “Io in fondo credo di non essere vestito male. Almeno, così mi ha insegnato la mia mamma, che circa 30 anni fa mi ha infilato una tuta per andare a giocare e mi ha guardato con il suo sguardo amorevole di approvazione. Certo, è passato un po’ di tempo e forse potrei cambiare i miei schemi, ma perché?”

5. “Beh, in ufficio a lavorare non c’andrei mai. Non sarebbe rispettoso e dignitoso. Ma nel tempo libero è diverso. Se incontro qualcuno mica gli devo portare rispetto. E domani, se mi gira, esco pure in pigiama”.

Le conclusioni

Pensiamo ancora che indossare una tuta da ginnastica comunichi solo voglia di comodità?

Piccole accortezze, anche nel modo di vestire, possono migliorare lo stile personale, l’immagine di sé e la cura verso gli altri, rendendo più raffinata la nostra comunicazione. Anche questo è Personal Branding.

E voi, cari amici, quanti tutari incontrate durante la vostra settimana? Siete d’accordo con me?

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scritto da

Damiano Bordignon è personal branding/relationship coach e co-founder di Sestyle che, attraverso la formazione e la consulenza, ti accompagna a fare di te stesso la chiave del tuo successo.

  4 commenti

scritto da Eleonora Teragnoli il 13 maggio 2011 Rispondi

Sono completamente d’accordo! Ho sempre reputato orribili quelle tute acetate e mi sono sempre chiesta come mai, invece, tanta gente ne faccia un tale uso. All’interno di quella che è la moda nazionale e mondiale credo siano una vera e propria persecuzione, un grandissimo attentato allo stile e alla capacità di essere presentabili in pubblico. Già da bambina, osservavo decine e decine di ragazzi indossare quegli orrendi pantaloni a strisce che hai citato anche tu, Damiano. Pantaloni non solo di per sé già orribili, ma quasi mai (e per quasi mai, in realtà, intendo “mai” :D) abbinati al pezzo superiore. Sarebbe già un po’ più accettabile incontrarli col pezzo di sopra della stessa tuta, e invece no! Quante volte li avrai incontrati anche tu in pantaloni blu e felpa… arancione? Io migliaia di volte! Nessuno pretende che le persone siano sempre al top delle proprie possibilità, ma diamine… Essere presentabili, e magari anche qualcosa in più che presentabili, ci permette di sentirci meglio e ci aiuta ad alzare la nostra autostima (o quantomeno a non vederla in caduta libera). Ovvio che il valore personale non è dato da un paio di scarpe o dall’abbinamento con la polo, però credimi. Di certo, l’acetato blu con la felpa arancione non fa di meglio :D

scritto da Damiano Bordignon il 13 maggio 2011 Rispondi

Aggiungo solo una cosa al quadro che hai descritto perfettamente, mia cara Eleonora. Quando superano i 40-45 anni, gli amanti dell’acetato sostituiscono la felpa arancione con il maglione finto Missoni, per dare quel tocco di allegria che non guasta (o forse è un tentativo d’ipnosi, vista la fantasia), tenuto morbido (girospalla all’altezza del tricipite).
Sono visioni pesanti (“un’offesa al buon gusto”, direbbe la già citata amica Bene), che si contendono il primato dell’orrido con i pinocchietti (Enrico, sei contento che li ho citati? :D), che hanno il merito di rendere impresentabile e ridicolo qualsiasi uomo.
Dare la giusta importanza al modo con cui ci presentiamo, come tu suggerisci, non serve soltanto ad innalzare il nostro grado di autostima, ma ci permette di regalare a coloro che ci stanno attorno un’immagine migliore di noi stessi
A presto :D

scritto da Piera il 10 giugno 2011 Rispondi

Solitamente non do molto peso all’abbigliamento nel senso che non amo quando è fuori luogo (tuta al lavoro, ad esempio), ma penso che in Italia abbiamo troppi pregiudizi su come vestono le persone e che si dovrebbe essere più liberi….però l’articolo mi ha fatto sorridere :D
In ogni caso la tuta molle, in acetato e con i pallini abbinata al maglioncino dai colori improbabili non è poi tanto peggio dall’accoppiata bermuda stretto al ginocchio color pastello o bianco, camicia avvitata, polpaccio depilato e mocassino sempre pastello abbinato magari al colore della cintura….una “mise” che spopola tra i ragazzi (!) qui a Salerno da maggio a Settembre… XD

scritto da Damiano Bordignon il 10 giugno 2011 Rispondi

Come dire? Non mi pare che la mise altrui ti lasci indifferente :D.
Sui casi che citi sarebbe da scriverci un altro post (magari arriverà :D) ma in fondo credo che da una parte dovremmo liberarci di un po’ di pregiudizi (come tu sostieni), e dall’altra evitare di cadere negli estremi. Ostentazione della perfezione seriale, così come il porsi in modo trasandato con noncuranza, rivelano entrambe degli eccessi che non comunicano una grande immagine di noi.
E una volta di più mi rendo conto che un buon equilibrio è forse la soluzione più auspicabile.
Mille grazie per il tuo contributo, Piera.
A presto :D

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