Mi piace come lavori, ci sposiamo?

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Curare il proprio Brand Personale da freelance significa coltivare in modo attento il network al fine di ricevere e condividere stimoli interessanti ma anche per far nascere collaborazioni proficue, che richiedono però alcune attenzioni. Il rischio di perdere tempo imbarcandosi in avventure senza futuro è sempre in agguato. 

Antonio e Roberto, amici fin dai tempi dell’Università, si ritrovano a distanza di anni e, stanchi delle rispettive esperienze lavorative e convinti sostenitori entrambi dell’importanza della collaborazione, decidono di diventare dei magici freelance e aprire un’attività insieme. Roberto è un continuo vulcano di idee, lavora ascoltando musica, parla a voce alta e cerca continuamente il confronto, perché solo così si può sviluppare un progetto comune. Antonio, d’altro canto, è una persona che ha bisogno di molta concentrazione quando lavora, necessita di una chiara divisione dei ruoli e non sopporta le distrazioni. Per lui condividere significa che ciascuno “fa il suo” e che, a scadenze regolari, ci si confronti. Solo così si può sviluppare un progetto comune. Quando arrivano i primi progetti, Roberto cerca lo scambio continuo col socio e Antonio, invece, vive quei momenti come un assillo continuo e risponde a monosillabi. Nei mesi la situazione diventa sempre più tesa, finché Roberto si convince che Antonio abbia solo fatto finta di credere nella collaborazione per sfruttare il suo lavoro e le sue idee (“ogni volta che gli parlo sembra lo stia disturbando e nonostante io gli offra tanti stimoli, lui si limita a dire si e no) e Antonio, dal canto suo, ritiene che quella con Roberto non sia una collaborazione, ma un parto, visto che il socio è così insicuro (a detta di lui) da non riuscire a essere minimamente autonomo (“Ormai fra un po’ verrà a chiedermi se posso accompagnarlo in bagno”). Non ci vuole un genio per capire che, di lì a poco, i due colleghi decidono di chiudere l’attività e di cercarsi nuovamente un’occupazione da soli.

Che cosa hanno guadagnato da questa esperienza? Perdita di tempo, mancata crescita professionale, e la frustrazione per essere stato “fregato” dall’altro. E la colpa di chi è? La colpa è di entrambi, sostanzialmente per un motivo: nessuno dei due, prima di investire sull’attività con entusiasmo incondizionato, ha chiesto all’altro cosa intendesse per collaborazione, dando per scontata la propria visione di quel valore, generando così nel tempo un conflitto insanabile.

L’aneddoto, che raccontavo anni fa nei corsi di team-building, rivela oggi tutta la sua attualità se lo si applica al networking. Quante volte, infatti, è stato detto che per un freelance che voglia costruirsi un solido Brand Personale il networking è un’attività fondamentale (se ne parlava ad esempio qui) perché permette scambi costruttivi ma anche perché può essere lo scenario per nuove collaborazioni tra persone che condividono un determinato interesse?

In fondo, le decine di gruppi a cui ciascuno di noi è iscritto nelle diverse piattaforme Social, non rivelano molte volte un fisiologico e salutare desiderio di far nascere nuove forme di collaborazione con persone che riteniamo valide e con le quali scopriamo affinità?

two cats collaborate

Tra il dire e il fare, però, il percorso non sempre è in discesa, e nonostante i facili entusiasmi che si fanno strada nella nostra mente quando qualcuno ci propone di “iniziare una collaborazione, perché entrambi condividiamo la visione delle cose e siamo aperti al nuovo”, è opportuno scalare la marcia e tenere a mente alcuni principi, che possono aiutarci a rendere più concreta e proficua la scelta che stiamo per compiere:

    1. valide persone non significa validi collaboratori. Non è una questione di bontà o di cattiveria, di intelligenza o stupidità: a volte non ci si piglia. Stimare una persona per i lavori che compie o perché la si frequentava ai tempi dell’Università non è garanzia del fatto che si andrà d’accordo di sicuro, perché essere capaci ed essere collaborativi richiede competenze diverse. Per questo è fondamentale investire del tempo con i nostri futuri collaboratori per capire:
      1. qual è l’obiettivo comune che vogliamo perseguire (monetizzare non è sufficiente e collaborare è una modalità, non un obiettivo), e come pensiamo di farlo;
      2. cosa intendiamo per collaborazione (mai dare per scontato il significato che diamo alle parole); – quali altri valori condividiamo e come li interpretiamo;
      3. chi fa che cosa (la divisione dei compiti è fondamentale) e come si monetizza (ciascuno guadagna grazie al proprio contributo concreto o vanno pensate delle commissioni?);

 

    1. collaborare non significa rinunciare a se stessi ma esaltare le proprie particolarità in un progetto comune che richiede parità, non subordinazione. A volte qualcuno ci propone solo apparentemente di collaborare, ma in realtà le sue azioni rivelano la volontà di commissionarci dei lavori che, se pur pagati, non avranno la nostra impronta una volta realizzati, ma solo la nostra manodopera. Ecco perché insieme, prima di iniziare a collaborare, va chiarito:
      1. il tipo di lavoro che si andrà a fare tiene conto delle predisposizioni e dei bisogni di tutti o solo di qualcuno?
      2. quello che ci compete è in linea con i nostri desideri e inclinazioni o ci sentiamo tirati per la giacchetta a fare qualcosa che magari non è nelle nostre corde?
      3. in caso di esito positivo del lavoro, quale sarà il beneficio per le singole parti (ad esclusione del compenso economico)?

 

    1. ogni cosa a suo tempo. Oltre a essere il titolo di un altro post, il concetto è applicabile anche qui. Ci vuole tempo per confrontarsi e trovare un accordo sui punti appena trattati. Investirlo in questa fase significherà evitare la nascita di equivoci e contrasti (o ancor peggio conflitti) una volta iniziata la collaborazione, ancor più dispendiosi in termini di tempo ed energie per ciascuna delle parti;

 

    1. verba volant scripta manent. Non è una questione di fiducia, ma di rispetto personale e professionale verso ciascuno. Un documento scritto che sintetizzi le conclusioni a cui si sarà giunti stabilirà con chiarezza i confini e la strada di questa collaborazione tutelando le parti. Quando infatti la frenesia della quotidianità, nel futuro, vi assorbirà, il documento sarà necessario per ritarare la mira;

 

    1. siate contadini, non filosofi. Una volta definito quanto sopra, cominciate a sperimentarvi sul campo. Se la collaborazione non si mette alla prova in un progetto concreto rischiate di passare serata intere a disquisire di come conquisterete il mondo diventando ricchi e famosi senza uscire dalla vostra mente, finché una parte si stancherà e, giudicando inutile il tempo finora dedicato al progetto, addurrà scuse improbabili per rimandare futuri incontri, facendo così cadere nell’oblio l’idea della collaborazione.

 

  1. Piacersi non significa sposarsi. Iniziare a collaborare con qualcuno è come uscire a cena per un primo appuntamento: se la cena va bene non significa fissare la data del matrimonio, vi pare? Questo per dire che se una delle parti fin dai primi incontri parte in quarta con mega progetti che spaccano e società da aprire in tempi rapidi per essere più collaborativi, probabilmente il sorriso da ebete che vi si stampa in faccia mentre annuite e la secchezza delle fauci sono l’evidente segnale che è il caso di infilare la porta e scappare a gambe levate. Essere sognatori significa guardare molto avanti, ma con i piedi per terra. Iniziate sempre con progetti semplici, che vi permettano di capire se tra le parti può scattare quella scintilla che può garantire alla conoscenza di diventare in seguito un matrimonio felice oppure no.

Cercare nuove occasioni di lavoro e di collaborazione grazie al proprio Network può rivelarsi un’ottima strategia per la realizzazione professionale di ogni freelance, ma è necessario farlo con criterio, consapevoli che la strada da intraprendere richiede un investimento non indifferente:


Il tempo e le energie che ci vengono richieste per sperimentarci in nuove avventure sono il bene più prezioso a nostra disposizione, che va investito ma non sprecato.

Voi che ne dite, siete d’accordo con me? Pensate che queste attenzioni siano sufficienti per evitare d’imbarcarsi in imprese senza speranza o dalla vostra esperienza ve ne viene in mente qualche altra? Nel vostro lavoro vivete collaborazioni con altri professionisti? Sono soddisfacenti per entrambe le parti? Grazie a cosa questo è possibile?
Le domande sono tante, ma lo spazio dei commenti è sufficiente per contenere tutte le vostre risposte.

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scritto da

Damiano Bordignon è personal branding/relationship coach e co-founder di Sestyle che, attraverso la formazione e la consulenza, ti accompagna a fare di te stesso la chiave del tuo successo.

  2 commenti

scritto da Paola il 8 aprile 2014 Rispondi

Perle di saggezza pratica.
una persona, solo perché conosce i miei lavori sul web, senza aver mai partecipato ad uno dei miei corsi, si è profondamente (e pubblicamente) offesa perché le ho detto di no ad una richiesta di collaborazione.
richiesta scritta, neanche telefonica, io non l’ho mai vista in viso, eppure ricca di pretese nei miei confronti.
energia e cortesia nel chiarirle perché no inutile tempo sprecato. per me
prossima volta mando il tuo articolo ;-)

scritto da Damiano Bordignon il 8 aprile 2014 Rispondi

Della serie “quando le reazioni dell’altra persona ci fanno capire di aver fatto la scelta corretta” ;).
Mille grazie cara Paola.
A presto

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